Nicola
Antonio
Manfroce
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Nicola Antonio MANFROCE
Uno dei più precoci ingegni musicali del XIX secolo
Mario Vadalà
L 'Ottocento italiano è stato caratterizzato da una notevole vivacità culturale
dovuta ai nuovi rivolgimenti politici. Il genio napoleonico ha avuto il merito di
portare una ventata d'aria nuova che ha lasciato un'orma indelebile nell'etica, nel
costume e nelle ideologie nella nostra terra. Nel campo della musica l'opera
"seria", rinvigorita da una nuova linfa vitale, rappresenta un fenomeno caratteristico
dell'epoca. In questa temperie spirituale si staglia fa personalità di Nicola Manfroce.
E' stato uno dei più precoci ingegni musicali del XIX sec. e il Florimo lo ha definito
come" l'anello di congiunzione tra Paisiello e Cimarosa per giungere a Rossini di cui deve
essere ritenuto il precursore". Dal punto di vista fisico lo descrive come un giovane molto
simpatico, gioviale ed accattivante, dalla fisionomia tipicamente meridionale: un portamento
elegante, il volto incorniciato da riccioli neri come l'ebano ed uno sguardo vivace e profondo.
Nato il20 febbraio del 179'1 a Palmi, una piccola cittadina che tuttavia riusciva a mantenere un alto impegno artistico, testimoniato dal Teatro e dalla Cappella Musicale del Duomo (di cui era stato direttore anche il padre del futuro musicista). Sotto la guida del Maestro Jonata il piccolo Antonio aveva evidenziato le sue ottime attitudini musicali.
Grazie all'aiuto di due mecenati, G. Cresci ed A. Bianchi, aveva potuto intraprendere gli studi presso il Conservatorio della Pietà dei Turchni a Napoli, seguito dai Maestri G. Fumo per l'Armonia e G. Tritto per la Composizione e, a Roma, dallo Zingarelli.
AI debutto al San Carlo con la Cantata "La nascita di Alcide" nel 1809, era seguita l'anno successivo l'opera "Alzlra" che gli aveva procurato la stima dell'impresario D. Barbaja ed insieme l'incarico di comporre l'opera "Ecuba".
Pur soffrendo già molto per il "male" incurabile che lo attanagliava, contro il volere dei medici, spinto dal desiderio di gloria aveva accettato l'incarico, L'opera venne rappresentata nel dicembre 1812 alla presenza della Regina Carolina Murat ed il successo ottenuto lo ricompensò dì tutti i sacrifici, ma ormai la sua vita volgeva al termine. La malattia dei polmoni era troppo avanzata e inutili furono le cure, si spegneva a Napoli a soli 22 anni, il 9 Luglio del 1813.
Nonostante la sua breve esistenza, la sua produzione musicale è notevole e intensa: musica vocale, strumentale e corale, sia sacra che profana. Fra i lavori teatrali sono conservati al Britsh Museum di Londra alcune pagine dell’opera “Piramo e Tisbe” la cui Ouverture è stata considerata la più valida prima dell’avvento di quelle Rossiniane. L’ “Alzira”, dramma in due atti su libretto di
G. Rossi, è ambientata a Lima, durante una sommossa del popolo peruviano oppresso dagli spagnoli. La breve Sinfonia d'apertura sfoggia una ricca e varia strumentazione che mette in risalto la fluidità melodica. Il recitativo “a secco" èancora presente, anche se il duetto del I atto fra Alzira e Gusmano anticipa lo stile di Rossini, per il taglio dell'impostazione della scena e per l'orchestrazione. La rappresentazione della "Vestale" di Spontini, avvenuta al San Carlo di Napoli nel 1811, aveva affascinato Manfroce che aveva avuto modo di apprezzare un genere espressivo ricco di sottili e segrete suggestioni di atmosfera francese. Per cercare di scoprire nuovi orizzonti, aveva quindi deciso di abbandonare i tradizionali moduli espressivi e creare qualcosa di imperituro.
Certamente non poteva avere l'esperienza e la maturità artistica dì Spontini, ma ugualmente i critici hanno ammirato la delicata chiarezza del disegno melodico ed il controllo rigoroso dell'architettura armonica dell’ “Ecuba". L'opera è una tragedia in tre atti, su libretto di G.Echmid, che aveva tradotto l'originale francese di Malcent. La vicenda si svolge a Troia: per onorare la morte di Ettore si preparano i fuochi funebri. Il vecchio re Priamo, nella speranza di ottenere la pace ha accettato le nozze della figlia Polissena con l'acerrimo nemico Achille. Ecuba, invece, inorridisce al solo pensiero di dover accogliere nella famiglia l'assassino del figlio suo diletto. L'odio la spinge a convincere Polissena ad uccidere lo sposo durante la cerimonia. Nel templio, durante il giuramento, al cenno di Ecuba il popolo uccide Achille e svanisce l'esile speranza di pace. Priamo è ucciso sopra i gradini dell'altare, Polissena viene immolata sulla tomba di Achille. Nella città avvolta dalle fiamme i Greci suscitano disperazione e morte. Ecuba, ormai affranta, lancia tremende maledizioni contro i nemici.
La scena presenta gli orrori del saccheggio di Troia, che rinnovano il dramma dell'umanità dolente e incapace di impedire inutili stragi. La Sinfonia d'apertura presenta un'orchestrazione ampia ed intensa. Tra le innovazioni spicca il recitativo accompagnato dai fiati; la costruzione per scene con l'aria al centro, dove la tensione drammatica è maggiore, le arie sono articolate in due movimenti, il secondo dei quali anticipa la cabaletta. Celebre è la cavatina di Polissena "Oppressa dal dolore" all'inizio del primo atto, dopo il recitativo di introduzione.
Nei brani solistici, Manfroce opera una splendida sintesi tra l'eleganza melodica di matrice napoletana ed il declamato alla francese. Il finale grandioso del terzo atto rielabora tutte le possibili sonorità del tempo. L'orchestra è ampliata con 4 corni, 3 tromboni e un serpentone. L'epilogo tragico dell'opera si contrappone al lieto fine realizzato da Spontini evidenziando la diversa personalità del giovane Manfroce.
Cimentandosi in un lavoro di così vaste proporzioni lo ha concretizzato in modo coerente ed unitario. Nonostante il notevole successo ottenuto l'Ecuba è caduta per tanto tempo nell'oblio insieme con il suo compositore. Recentemente si è sentita l'esigenza di rivalutare la genialità di un musicista strappato alla vita al sorgere de! suo fulgido avvenire.
CILEAnews - luglio 2006
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